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Ultimi dieci giorni di Ramadan

E’ un viaggio il mese di Ramadan, ci si stacca da sponde conosciute, da tutte quelle abitudini, piccoli piaceri, piccoli segreti che intessono le nostre giornate e si naviga tra fede, fatica e speranza e, per alcuni, bagliori di luce… Non c’è d’aver fretta d’arrivare e questo lo si capisce subito, tenere dritto il timone e imparare a distendersi nel tempo, senza approdi e senza appoggi… Questo è tempo di grazia e benedizioni, niente sprechi.

La luna da giovane s’è fatta piena e ora scende piano piano… ultimi dieci giorni di Ramadân.

Si racconta che il Profeta, pace e benedizione su di lui, avesse l’abitudine di trascorrere questi ultimi giorni in modo particolare, ‘Âisha precisa in un hadith: “Quando cominciava l’ultima decade di Ramadan, il Profeta aveva l’abitudine di passare le notti in preghiera e svegliava i membri della sua famiglia, affinché non perdessero le benedizioni e le misericordie che vi scendono a flotti.”

“Cercate la Notte del Destino, disse il Profeta (pbsdl), nelle ultime dieci notte di Ramadan”.» Ibn Mâja riportò da Ibn ‘Umar che il Profeta si ritirava durante gli ultimi dieci giorni di Ramadân compiendo l’i’tikaf (ritiro spirituale in moschea), ci sono testimonianze che l’anno in cui morì, compì un ritiro di venti giorni. ( Bukhârî, Abu Dâwûd e Ibn Majah)1

Etimologicamnete ‘i’tikaf indica il consacrare il proprio tempo a qualcosa, donandovisi completamente, indipendente che sia bene o male, come mostra questo versetto in cui compare il termine: “Cosa sono queste statue che adorate (in cui credete = ‘âkifûn1)?” (XXI, 52).

Con il termine “i’tikaf” nella tradizione islamica si intende dunque il fatto di ritirarsi dalla vita comune, dimorando nella moschea con l’intenzione di avvicinarsi al Misericordioso. L’i’tikâf, pio ritiro, è di due tipi: dovuto e legale. Il ritiro dovuto è quello conseguente al pronunciamento di un voto, ad esempio quando si dice: “Se Allah mi guarisce, mi ritirerò per tali giorni”. ‘Umar, riferì di aver un giorno domandato al Messaggero di Allah: “Oh Messaggero di Allah! Ho fatto voto di ritirarmi per una notte nella Sacra Moschea”. Egli allora gli rispose: “Compi il tuo voto”.

Ritiro legale è quello che il credente attua volontariamente come ricerca profonda di Dio e imitazione del Profeta, pace e benedizione su di lui, e si compie durante gli ultimi dieci giorni del mese di Ramadan.

Dieci sono i giorni in cui cercare la notte più benedetta, come 10 sono i giorni di Dhul-Hijja che comprendono i riti del hajj con il giorno più benedetto, quello di ‘Arafa. “ E’ la notte più grande dell’anno come il Giorno di ‘Arafah è il giorno più grande dell’anno.”

“Quando al Profeta, lode e pace su di lui, fu chiesto a proposito della vita di un monaco, lui, adducendo al pellegrinaggio, rispose, che gli era stato dato qualcosa di simile… Poi disse che il pellegrinaggio era divenuto un monachesimo musulmano, e il digiuno era paragonabile a vivere la vita di un eremita.” (Ihia ‘Ulum ud-Din di Imam Abu-l-Hamid al-Ghazali)

Questa somiglianza del digiuno con la vita eremitica è evidente ancora di più nel I’tikaf. Nella tradizione islamica il ritiro dalla vita sociale non è mai definitivo, tuttavia è lecito e consigliato in certe situazioni… Ad esempio in caso di corruzione generalizzata, che metta in pericolo la propria fede, come vediamo nel racconto dei giovanetti della Sura della Caverna:

erano giovani che credevano nel loro Signore e Noi li rafforzammo sulla retta via… quando vi sarete allontanati da loro e da ciò che adorano all’infuori di Allah, rifugiatevi nella caverna…” ( XVIII,13;16)

o per una ricerca intensa di Dio, come per Mariam che si isolò per ricevere la rivelazione della nascita di Gesù, pace su di lui:

Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente. Tese una cortina tra sé e gli altri…”(XIX,16-17)

Il ritirarsi riveste una grande importanza in tutta la vita del profeta Muhammad, pace e benedizione su di lui, egli ricevette la prima rivelazione del Corano proprio durante un ritiro in una grotta:

“(…)”Nella grotta di Hirâ’ “: caverna in una montagna, ad alcune miglia da Mecca. Si tratta naturalmente di un luogo dotato di particolare sacralità, come fa giustamente notare Ibn Abî Giamra, dal quale si può vedere in lontananza la Ka’ba. “Dove si dedicava all’ascesi (tahannuth), cioè all’adorazione (ta’abbud)”: il termine tahannuth indica in maniera abbastanza generica tutto ciò che tiene lontano dal peccato (hinth).

In realtà, non si sa con precisione quali fossero le pratiche alle quali si dedicava l’Inviato di Dio nella caverna di Hirâ’; è molto probabile che si trattasse delle stesse forme di ‘adorazione’ che erano proprie degli hunafâ’ (plurale di hanîf), quegli Arabi che cercavano di entrare in rapporto con Dio seguendo la cosiddetta ‘Religione di Abramo’ (dînu Ibrâhîm), e cioè ricollegandosi alla Tradizione di origine divina senza aderire all’Ebraismo o al Cristianesimo; e del resto, secondo diversi commentatori tahannuth starebbe per tahannuf, e cioè ’seguire la via degli hunafâ”.

Il Profeta comunque alternava periodi di ritiro a momenti nei quali tornava “dalla sua famiglia a far provviste”: è chiaro sin da subito che l’esempio profetico non contempla il monachesimo e il ritiro totale dal mondo, e i momenti di distacco totale dal mondo non sono visti in contraddizione con la condizione di servitù assoluta tipicamente ‘umana’.”

Il ritiro che compiva il Profeta le ultime dieci notti di Ramadan è da collegarsi quindi a quel ritiro nella grotta in cui ricevette la prima rivelazione del Corano ed importante sottolineare due cose: le benedizioni che accompagnano la discesa del Corano in quell’anno scendono verso i fedeli ogni anno nel mese di Ramadan (attualizzazione), e possiamo inoltre notare come la caverna venga sostituta dalla moschea, che diventa così protezione e luogo di intimità con Dio per il credente:

“E persevera insieme con coloro che invocano il loro Signore al mattino e alla sera, desiderando il Suo Volto. Non vadano oltre loro i tuoi occhi, in cerca degli agi di questa vita. Non dar retta a colui il cui cuore abbiamo reso indifferente al Ricordo di Noi, che si abbandona alle sue passioni ed è oltraggioso nel suo agire.”(XVIII. 28)

Moschea luogo in cui la comunità si riunisce e adora Dio:

Allah è la luce dei cieli e della terra… [E si trova questa luce] nelle case che Allah ha permesso di innalzare, in cui il Suo Nome viene menzionato, in cui al mattino e alla sera, Egli è glorificato da uomini che il commercio e gli affari non distraggono dal ricordo di Allah, dall’esecuzione dell’orazione, dall’erogazione della decima e che temono il Giorno in cui i cuori e gli sguardi saranno sconvolti”. (XXIV, 35-37)

Come in ogni elemento della religione islamica anche nel pio ritiro c’è un aspetto di indulgenza… il rigore si accompagna all’equilibrio, affinché l’essere umano sia al riparo dalla mentalità magica arcaica che alberga nelle profondità di ogni cuore la quale insinua che la perfezione dei gesti “ottenga” la risposta divina… Invece la grazia di Dio è libera, nessuno e niente ha potere su di essa. Bukhârî Abû Dâwûd e Ibn Mâja riportarono da Ibn ‘Abbâs : “Mentre teneva un sermone, il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) vide un uomo che stava in piedi, e chiese di chi si trattasse.”È Abu Isra‘il” gli risposero, “ha fatto voto di astenersi dal sedersi, dal ripararsi all’ombra e dal parlare, così come ha fatto voto di digiunare”.”Ordinategli di parlare, ombreggiarsi e sedersi, ma che compia il suo digiuno” replicò il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui).

È infatti permesso, a colui che sta compiendo l’i’tikâf, di uscire dal luogo di reclusione destinato al ritiro per le vere necessità. Ibn Mundhir disse: Tutti gli Ulamâ’ sono concordi sul fatto che la persona che compie l’i’tikâf ha il diritto di uscire dal luogo di reclusione per rispondere ai bisogni naturali, perché si tratta di una necessità assoluta che non si può compiere all’interno della moschea.

Nello stesso senso, può uscire per occuparsi di se stesso, e per il cibo e le bevande, se nessuno può provvedere per lui; lo stesso nel caso in cui senta il bisogno di vomitare, può uscire a vomitare al di fuori della moschea. Può (insomma) uscire per ogni necessità, il ritiro non si interrompe, a patto che egli non si attardi”. Abû Dâwûd riferì, "da ‘Aisha che il Profeta andava a trovare i malati quando si trovava in i’tikâf, si informava della loro salute passando presso casa loro per la via, ma non usciva espressamente (dal ritiro) per recarsi da loro".

Ella aggiunse che secondo la tradizione profetica non è permesso (durante il ritiro) programmare di andare a trovare un malato, ossia uscire dal proprio luogo di ritiro espressamente per andare a trovare questo malato, ma se la persona è per strada per compiere una necessità e passa casualmente vicino alla casa del malato, allora gli è permesso chiedere sue notizie senza tuttavia entrare nell’abitazione.

“…Ma non frequentatele se siete in ritiro nelle moschee…" ( II, 187)

Nell’i’tikâf ci si astiene dai rapporti sessuali, ma è permessa la normale familiarità tra gli sposi, al di fuori dell’ambito propriamente sessuale, vediamo ad esempio come una delle spose del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli pettinasse i capelli mentre egli si trovava in i’tikâf. Esso deve essere compiuto in moschea, gli ulema sono d’accordo su questo, ma divergono circa le caratteristiche che esse debbono avere… Abu Hanifa, Ahmad, Ishâq e Abu Thawr ritengono che il ritiro spirituale si possa compiere in ogni moschea frequentata durante le cinque preghiere e la preghiera congregazionale del venerdì.

Ciò secondo le parole del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui): “Ci si può ritirare in ogni moschea che comprenda un muezzin e un imâm”. Daraqutny riportò questo hadîth, ma questo hadîth è debole e mursal, dunque non può essere assunto come prova. Mâlik, Shafi’i e Dâwud sostengono che tale ritiro sia valido in ogni moschea, perché non vi sono ahadîth che parlino della specificità delle moschee.

In ogni caso chi compie l’i’tikâf deve essere musulmano, adulto, purificato dall’impurità causata da rapporti sessuali, dalle mestruazioni e dal parto. Donne o uomini possono eseguirlo, come provano gli hadith che parlano del ritiro delle spose del profeta (pbsl). Se si ha intenzione di compiere il ritiro per gli ultimi dieci giorni del Ramadân, occorre entrare in moschea prima del tramonto.

L’inizio dell’ultima decina comincia la ventunesima o la ventesima notte. In quanto a ciò che è stato citato, sul fatto che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregava all’alba prima di entrare nella tenda riservata al suo i’tikâf, ciò si riferiva alla tenda.

Ma il momento di entrare alla moschea, era l’inizio della notte. Ibn Hazm disse: “Perché la notte comincia dopo il tramonto del sole e finisce all’alba, e il giorno comincia all’alba e termina al tramonto. Nessuno deve compiere se non ciò di cui ha fatto voto o ciò che aveva intenzione di fare".

Se ha fatto voto di ritirarsi per un mese volontariamente, l’inizio del mese comincia con la prima notte. Entrerà prima del calare definitivo del sole e uscirà dopo il calare definitivo del sole, che si tratti o no del mese di Ramadân”. E’ consigliato che colui che compia l’i’tikâf, moltiplichi gli atti di adorazione supererogatori e trascorra molto tempo nella preghiera, la recitazione del Corano, la glorificazione di Allah, le lodi, la formula dell’Unicità, il Takbîr, la richiesta di perdono e la richiesta di benedizione e di pace sul Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam), così come le invocazioni e altri atti di obbedienza che avvicinano all’Altissimo e mettono l’uomo in comunicazione diretta col suo Signore (a Lui l’Onnipotenza e la Maestà), senza perdere tempo in chiacchiere inutili.

Gli ultimi dieci giorni di Ramadan siamo dunque chiamati ad intensificare i nostri sforzi, sull’esempio del Profeta, con il ritiro nella moschea, con le veglie, il moltiplicarsi delle preghiere, l’accentuarsi del distacco dalle cose del mondo, in essi c’è l’attesa della notte del Destino, di cui cercheremo poi di dire qualcosa, inch’Allah.

Invero, lo abbiamo fatto scendere nella Notte del Destino. E chi potrà farti comprendere cos’è la notte del Destino?

La Notte del Destino è migliore di mille mesi.

In essa discendono gli angeli e lo Spirito, con il permesso del loro Signore,

per (fissare) ogni decreto.

E’ pace, fino al levarsi dell’alba.” (XCVII, 1-5)

Patrizia Khadija Dal Monte

tratto da: turntoislam.com