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I passi per l'Islam



[...] Con il secolo IX si andò attenuando nella civiltà arabo-islamica l'iniziale suo rigido misoneismo nei confronti di discipline fra le più caratterizzanti dell’antichità classica: le scienze esatte e la speculazione filosofica, ignorate fino a quel momento dall'Islam in quanto non facenti parte della più tradizionale ortodossia culturale. Pur non cedendo a forme di incondizionato neoterismo, che del resto il rigido integralismo islamico avrebbe avversato fin dal loro nascere, tuttavia da allora la cultura araba si dischiuse all'accettazione nel proprio ambito di quelle discipline, mostrandosi capace di una ricettività che ebbe la sua genesi a Baghdad fin da quando il califfo al'Ma'mùn (813-833) fondò quel Bait al-hikma da considerare una delle più benemerite istituzioni culturali del mondo islamico, cui diedero prestigio matematici, astronomi e pensatori di chiara fama. Al preludio ricettivo seguì la fase di diffusiva iniziatasi non prima di un lungo interludio nel corso del quale il pensiero scientifico e speculativo ellenistico risultò ulteriormente elaborato e perfezionato in ambito musulmano. L'Occidente cominciò a beneficiare di quei nuovi contributi quando, nel corso del secolo XII soprattutto, benemeriti traduttori fra i quali primeggiarono Giovanni da Siviglia, Rodolfo di Chester, Platone di Tivoli e l'infaticabile Gherardo da Cremona, volsero dall'arabo in latino decine di trattati più o meno originali nei settori della matematica, della medicina, dell'astrologia, dell'astronomia nonché saggi di argomento filosofico dei più illustri pensatori e ideologi dell'Islam medievale.

Si trattò di un travaso a cui l'Occidente latino assistette forse con predisposizione di spirito condizionata dall'immagine che il medioevo europeo si era fatta del musulmano, anzi del Saraceno accecato di fanatismo religioso, razziatore implacabile, sgozzatore di cristiani. A quell'immagine aveva largamente ma non altrettanto imparzialmente contribuito l'apologetica cristiana, accanitasi nella stessa misura contro il Profeta e il nuovo monoteismo di cui si era fatto banditore, apologetica esasperatasi nel corso dei secoli e protrattasi, in modo sempre più irriducibile fino alla Controriforma per placarsi solo con l'Illuminismo.


Fra le voci più violente levatesi contro l'Islam vogliamo ricordare quella di Ludovico Marracci, teologo e arabista lucchese, morto nel 1700, traduttore in latino del testo coranico e autore di un ponderoso suo commento che volle concludere con questa spietata confessione. “È da cinquant'anni che ho esercitato la penna (giacché non ho potuto la spada) contro i Maomettani... Fin qui ho combattuto il Corano con il Corano e ho tentato, per quanto stava in me, di sgozzare il musulmano con la sua propria spada”. Nell'ambito del travaso del pensiero arabo-islamico nella cultura dell'occidente non meno stimolante ed in buona parte ancora da dissodare, è il settore della narrativa sulla quale si è soffermata l'attenzione di alcuni studiosi impegnati nella ricerca delle vie di migrazione verso l'Occidente di trame novellistiche che, pur nella loro poligenesi, possono ritenersi di origine o di mediazione araba. A puro titolo indicativo si ricorda che la novellistica italiana e spagnola - e forse anche francese ed inglese - del Quattro e Cinquecento soprattutto (Giovanni Sercambi, Francesco Bello, noto come il Cieco da Ferrara, Juan Timoneda, per non citarne che alcuni) è stata tributaria di schemi e intrecci ricorrenti nelle “Mille e una Notte”, queste stesse risalenti a loro volta a più antichi modelli indo-persiani; non diversa è la filiazione della raccolta di apologhi intitolata “Kalila e Dimna” tradotti dal Doni e imitati dal Firenzuola, da La Fontaine e da altri. Ancor oggi poco studiate su base comparativa risultano le arti popolari per la vastità del settore, la poliedricità delle sue componenti, le ascendenze arabe di parte del patrimonio folcloristico che l'Occidente ha ereditato dal mondo arabo soprattutto in quei settori - Spagna, Portogallo, Italia meridionale e insulare sui quali l'arabismo ha esercitato un'azione socio-culturale più diretta su usi e costumi, gnomica, musica e canti popolari.

Ma non si può non tener conto che la ricerca degli itinerari attraverso i quali si operò l'accennato travaso e la misura della permeabilità dell'Occidente alle sollecitazioni del medioevo culturale arabo-islamico, è stata [...] viziata nell'Occidente cristiano dall'indulgere alle preconcette minimizzazioni e nell'Oriente islamico alle enfatiche dilatazioni, pregiudizievoli le une e le altre per un facile approdo alla verità. [...].